STORIA DEL VINO IN ROMAGNA 

Dall'Unità d'Italia sino agli anni '60

Torchio per spremitura delle vinacce con basamento in pietra.

Le Commissioni provinciali del Comitato Centrale Ampelografico, istituito dal Regno d'Italia nel 1872, riscontrano a livello nazionale una situazione vitivinicola insostenibile: i vitigni per numero, qualità, natura delle varietà sono "infiniti", non supportati da alcuna specializzazione, né da impianti tecnologici innovativi. Spesso la produzione di uva è separata dalla vinificazione. Conclusione: i vini sono scadenti.

Con la fiera enologica di Rimini del 1886 si ha un primo tentativo di migliorare la qualità del vino romagnolo, cercando di renderlo competitivo sul mercato europeo.

Anche Ravenna si sta preoccupando del fatto che la Romagna pur avendo un grande capitale vinifero, non ne ricava un profitto adeguato. A fronte del disinteresse da parte dei governi nazionali si sta pensando di costituire delle forme associative tra produttori (p.es. le cantine sociali). La prima cantina sociale fu fondata a Oleggio (Novara) nel 1891.

Un decreto del Ministro Italiano di Agricoltura, Industria e Commercio ammette il sarsinate Luca Silvani all'Esportazione Universale di Vienna (1873) con "vino rosso da pasto del 1871".

Ostacolano tuttavia la commercializzazione del vino due importanti fattori: 1) il frazionamento della proprietà del suolo, 2) la generalizzazione dei contratti a mezzadria. E la classe nobiliare, diversamente di quanto avviene in altri territori della penisola, non pare avere alcuna capacità imprenditoriale.