STORIA DEL VINO IN ROMAGNA 

Dal Rinascimento all'Unità d'Italia

Durante il Rinascimento i dazi e i pedaggi sul vino, già esistenti nel Medioevo per quello venduto al minuto, aumentano a dismisura. E si continua con le politiche protezionistiche, molto efficaci in un paese diviso in piccoli staterelli (spesso proprio la coltivazione della vite segnava i confini territoriali).

Presso le corti signorili il vino rappresenta quasi l'unica bevanda dell'epoca. Quello assolutamente più apprezzato della Romagna resta l'Albana, l'"Uva d'oro" della zona tra Cesena e Forlì, specie di Bertinoro.

Un medico e naturalista bresciano, Andrea Bacci, nel suo De naturali vinorum historia de vinis Italiae, descrive molto bene il motivo dell'ottima qualità dei vini romagnoli:

"Muovendosi dalla città di Fano lungo la frequentatissima via Flaminia (che è motivo non piccolo della grandezza di Roma) troviamo Pesaro e quelle città che seguono uno dopo l'altra: Rimini, Cesena, Forlì, Faenza, Imola, fino a Bologna: in conseguenza del notevole traffico che si svolge sulla via [Emilia] e per la distesa ampia di terra assai pianeggiante e per la generale laboriosità degli abitanti, generalmente non mancano di ottimo vino, soprattutto a sinistra, dove le colline si prolungano sino all'Appennino, ma anche nella stessa vastissima piana che, esposta uniformemente al sole, senza essere ostacolata da alcuna, se pur piccola, valle, riceve complemento dall'aria del mare e dai venti sempre salutari, in conseguenza dei quali le vigne se non crescono con abbondanza e generosità [come sulle colline], tuttavia vengono curate e sono encomiabili per la giusta gradazione e per la purezza dei vini".

A partire dalla metà del sec. XVIII si comincia ad avvertire il problema della navigabilità per mare dei vini, approfittando della maggiore libertà dei commerci. Nel 1777 il papato sancisce nel proprio Stato l'abolizione dei dazi.

Tuttavia, la scienza agronomica non fa alcun progresso in Romagna, manca una vera specializzazione delle colture, cui non possono essere interessati dei contadini che ancora vivono come servi della gleba e che preferiscono qualità copiose anche se scadenti e che spesso usano il vino come moneta di scambio dei canoni agrari d'affitto. Il rischio di essere superati dai produttori di altri paesi europei (la Francia in primo luogo) è reale.

Anche quando, con l'arrivo delle truppe napoleoniche, molte proprietà ecclesiastiche vengono confiscate e rivendute all'asta, permettendo lo sviluppo di una certa borghesia agraria, la situazione della viticoltura non migliora affatto. Anzi, inizia l'importazione dei vitigni stranieri, specie francesi, considerati migliori di quelli locali, che ormai vengono considerati come simbolo di un passato da dimenticare.