STORIA DEL VINO IN ROMAGNA 

Epoca medievale

Nell'alto Medioevo la situazione in Romagna è drammatica come nel resto della penisola: vaste sono le terre incolte, i latifondi, i boschi, i pascoli e forte è l'abbandono delle terre.

Tuttavia una certa ripresa si verifica già durante il regno gotico di Teodorico (che termina nel 552), grazie anche all'opera dei monaci. E' nota la leggenda di Galla Placidia che, riferendosi al vino Albana, disse che meritava d'esser bevuto in un calice d'oro ("berti-in-oro", donde il nome della città Bertinoro).

La ripresa della viticoltura prosegue, con alterne vicende, sotto il regno bizantino (che termina nel 728). Fu introdotta la Cagnina dalle terre del Carso e dell'Istria, e il simbolo della vite risulta ben presente nell'iconografia ravennate.

Nel basso Medioevo la Romagna è di nuovo una regione molto fertile. Gli Statuti dei Comuni romagnoli sono molto ricchi di norme riguardanti la viticoltura e il commercio dei vini. In questo periodo tuttavia è Venezia che detiene il monopolio di quasi tutti i commerci dell'Adriatico.

Il testo più importante e più letto nell'Europa medievale, per l'apprendimento della viticoltura, è il Trattato sulla agricoltura di Pietro dei Crescenzi, il Novum Magister dell'agricoltura moderna.

Egli infatti riuscì a collegare le fonti classiche latine con le pratiche agrarie del suo tempo e la ricca esperienza acquisita nei suoi viaggi e nella vita di campagna.

Il manoscritto latino, pubblicato nel 1304, fu tradotto in varie lingue ed ebbe un numero elevato di edizioni (circa 60 soltanto dal 1471, primo anno in cui fu dato alle stampe, al 1602).

E' proprio in questo Trattato che per la prima volta troviamo descritto il vitigno dell'Albana, che "in tota Romaniola in veneratione hebentur". L'Albana era particolarmente apprezzata anche dai giureconsulti bolognesi del '300.

A proposito di Bologna, pare, stando agli Annales della comunità goliardica tedesca della città, che il vino preferito dagli studenti fosse il Trebbiano della Romagna.

I vini erano tenuti in grande considerazione negli Statuti e nei Bandi comunali. Si cercava soprattutto di difendere dai ladri i proprietari delle vigne. Molto dettagliate erano le sanzioni per chi vendemmiava prima del tempo, per chi non recintava il vigneto impedendovi l'accesso ai ladri e ai cani, per chi vendeva uve acerbe, per chi non usava misure perfettamente giuste e bollate, per chi faceva il vino con uve comprate (che quasi sempre erano rubate), e così via.

Tecnicamente le viti venivano "allevate" (era assente la piantata) in recinti specializzati posti solitamente nelle vicinanze delle abitazioni o anche in mezzo ai campi: questi vigneti recintati si addensavano particolarmente nei pressi delle città.

Si tendeva soprattutto a produrre vini bianchi, secondo la tradizione romana.

Particolarmente importante era il consumo di vino a Ravenna, che non disponeva di pozzi d'acqua dolce affidabili e non poteva far conto sull'antico acquedotto romano.