Aneddoti

Un quartino in tre

Sostano nell'osteria tre poveracci di Rivoschio e ordinano un quartino.
"Com l'è?" (come lo trovate?), chiede Mario a Bardegia, non lieto di aver sporcato tre bicchieri per così poco.
"L'è bon, ma l'ha poca forza" (è buono ma è leggero).
"U la j ha la forza! - ghigna allora all'oste - e l'ha de' curag un badarlen acsè znin a stè daventi a tri stangun d'òman com a sì vujelt! (ha forza e ha coraggio un cosino così, il quartino, a stare davanti a tre omoni come siete voi!).

L'ha ordinato il dottore

E gli stessi burloni avevano motivo di ridere con un vecchetto del posto che, debole di vista, respingeva la prescrizione medica di non bere più vino con questa rima:

A pirdarò l'uncin, 
mo a bègh e' bicer de' vin!

Meglio, dunque, perdere un occhio che tale buon bicchiere di vino! E così doveva pensare un tale di Bertinoro, 
felice di andare a bere lontano da casa perché - dichiarava - glielo aveva ordinato il dottore col dire:
"Bivì da longh, da longh!".
E non rivelava, il birbaccione, che in quel longh il medico aveva dato un ben altro significato, quello di bere vino di "lungo", cioè allungato con acqua.

Donne e vino

La zuppa

Una contadinotta, rimasta vedova, svolge i lavori del maschio e non  si vergogna di bere. Un giorno, venduta una soma di legna in paese, entra nell’osteria per ristorarsi con pane e vino. Ma la sete è più grande della fame: e, dopo aver svuotato un “mezzo”, ne chiede un altro con una spiegazione tutta sua: “E’ ven u m’l’ha but tott e’ pen!” (il pane mi ha bevuto tutto il vino!).

Ospitalità

Due signore della campagna sarsinate fanno una breve visita a una loro parente cittadina, nella cui casa vengono rifocillate con aranciata e gazzosa, bevande non gradite al loro palato, abituato al “bianchello” di casa. E, di ritorno, quando si sentono chiedere dai loro familiari come sono state accolte, dicono in coro:  “Sé, la ci ha colt ben, ma la n’ci ha det gnenca un goz da bé” (...ma non ci ha dato nemmeno un goccio da bere).

“Davvera?”

“Verament - spiega allora una scrollando la testa - da bé la z’na det, ma no’ e’ ven!” (veramente, da bere ce ne ha dato, ma non il vino!).

Osteria e bestemmie

Un’ostessa è tutta di chiesa, ma critica il parroco che a volte si ferma nel suo locale a giocare a carte e a bere un bicchierotto. E se qualche avventore non gradisce di avere tra i piedi una veste nera? Allora, pensando più agli affari che alla religione, dice testualmente, al reverendo: “Lu u nn’avria da vnì qué, parché j òman dop i nn’è lébri ad biastmé” (ella non dovrebbe venire qui, perché gli uomini non si sentono liberi di bestemmiare). Evviva la sincerità!

(da Lelio Matassoni, Maria Fusai, Claudia Gorini)

Fuori dal capanno!

Biagio Saragoni abitava al Mulinello, non lontano da San Piero. Aveva l’aspetto fiero e dignitoso del vecchio patriarca, felice di mostrare anche alla macchina fotografica i frutti del suo lavoro di viticoltore in terreni d’altura.

Piuttosto la sua uva, che aveva anche il pregio di maturare presto in filari ben esposti al sole e delimitati con ordine da piante di fico, faceva gola a tanti; ed egli era costretto a sorvegliarla anche di notte, chiuso in un capannello di frasche sin dai primi tempi di settembre.

Biagio aveva però un difetto, quello di essere un po’ fifone. E dei ragazzacci, conoscendo il suo debole, cosa inventarono? Una notte si vestirono di bianco come tanti fantasmi e, salmodiando alla maniera dei preti, si aggirarono attorno al capannello con mottetti a due voci sino al coro finale...

Al tempo degli antichi...  
Si passeggiava sotto questi fichi.
Ed ora che siam morti...

L’uva e i fichi stan coltorti,

Anderemo adagio adagio

alla capanna a pigliar Biagio*.

Nel sentir ciò, Biagio se la diede a gambe, lasciando via libera ai ladruncoli, che fecero man bassa dell’uva per un superbo mastlacc.  

Magda Irmici

Acqua e vino a Rontagnano

Precauzione

Un contadino di Rontagnano si portava appresso, nel campo, una bottiglia di sangiovese. Aveva l’intenzione di interrarla, com’era d’uso, per tenerla al fresco e farsela durare. Ma si chiedeva, immancabilmente:

“E s’u  s’romp la bocia? Se e’ ven u svanéss e u ciapa e’ fort? (e se la bottiglia si rompe? Se il vino perde la sua vitalità e prende lo spunto?).

Via, c’erano più motivi per scolarsi la bottiglia subito, ancor prima di lavorare.

L’acqua della vergogna

Un bevitore sentiva magnificare l’acqua della Scusa rispetto a quella di un’altra fontana.

E, chiamato ad esprimere il suo parere, mandò a quel paese l’interrogante:

A n’vi vargugné ad fem una dmanda acsé ?Me l’aqua a la duvri sol par lavem al meni!” (non provate vergogna a fare una simile domanda? Io uso l’acqua solo per lavarmi le mani!”

Sul letto di morte

Un vecchio beone, ridotto ormai al lumicino, non rinuncia ancora al vino, tanto da far dire di sé:  

U magna com un usel
e u bé com un camel!

 (mangia come un uccello e beve come un cammello!).

E questi quando nel momento del trapasso si vede negare dal figlio l’ultimo bicchierotto che potrebbe (come gli viene detto) fargli male, commenta sarcastico:

“Chi t’è paura, ch’a chesca? A so pu ‘t e’ let!” (temi che io cada, da ubriaco? Sono pure nel letto!).

(da Pierluigi Sacchini)

Na sborgna murtela

E pu quajon u nn’era e’ znin caplen!
Ciamet a chent e’ let e’ biassa e’ biassa
s’un libar de’ mister, tött in laten,
ch’u n’dà csé da capì ch’u j è la cassa.
Lu, Vanin, e’ sarnocia cmè ‘n baghen...
e’ pèr la raganela ad quji ch’i passa
dlà s’l’aspersori e’ dè ch’dà ‘t i scapen:
partèss, por om, lassa sta tera, lassa...
Na dòna a ima e’ let la sbaragona
par tött i sent ch’u j è ‘t e’ calenderi,
s’n oc birbon e’ sgraziet la n’abandona.

T un cert mument la fa: <<No’, don Aless,

l’è sborgna, quel l’ha cargh da drumideri!>>
Eh, sé, sfumet la gata, svelt cmè ‘n pess!

Aurelio Tonelli

UNA SBORNIA MORTALE

Eppure sciocco non era il piccolo cappellano! / Chiamato al letto di un morente, biassica in continuazione / preghiere col rituale, in lingua latina, / la quale non fa capire, così, che si parla di morte. // Egli, Vanin, russa come un maiale... / par di sentire l’affannoso respiro di chi sta per passare / all’altra vita, con l’aspersorio al lavoro, nel giorno che  <<dà sugli scappini>> (che dà da fare): / parti, pover’uomo, lascia questa terra, lascia...// Una donna in fondo al letto invoca sottovoce / tutti i santi che sono nel calendario, / ma con un occhio furbo non perde di mira quel disgraziato. // Ad un certo momento dice: "No, don Alessi. / questa è sbornia, lui ha bevuto da dromedario!". / Ed è vero, sfumata la sbornia, (ritorna) svelto come un pesce!

E' spantac

La vègna ch’la sgnuregia a Marechiola*
l’è da spantac sdantet ben custudita,
la merla la rasenta ed avilita
ma tent ad felcia, in elt sghitand la vola.
E palugandsi e’ vignarol ‘t la rola,
l’uva e’ trangugia apena a lè fiurita
e già l’è most ch’u fa dolcia la vita.
Ed ech un vent gajerd i munt e’ invola,
e’ manichin e’ undegia... l’erba e’ taja
già s’la felcia d’un trat e u si ripiega,
la testa a chent, e’ filuncin ad paja.
Adess i mirli i sguaza in sènta lega;
intriciand i su vul e’ sterch i scaja
ma clu ch’i n’sa ch’e’ durma o u se ne frega.

Aureliano Tonelli

LO SPAVENTAPASSERI

La vigna che prospera a Marecchiola / è da un vecchio spaventapasseri sdentato ben sorvegliata, / una merla si avvicina e timorosa / di una tal falce, vola, schivandola veloce, in alto. // E il vignaiolo, appisolandosi presso l’arola, / sogna di godersi l’uva, ora appena in fiore / ma già per lui mosto, vino, che addolcisce la vita. / Ed ecco che un vento gagliardo spicca un volo dai monti, // il manichino ondeggia, sembra chinarsi a tagliare l’erba / improvvisamente con la falce e gli si piega a terra, / testa a ciondoloni, il piccolo fusto di paglia. // Ora i merli fan baldoria a frotte felici; / e, nell’intreccio dei voli, cacano addosso / a quel fantoccio, che non sanno se dorme o se non ha più voglia di vigilare.

* Marecchiola è una località ubicata fra Sarsina e Sant’Agata Feltria.

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